giovedì 11 giugno 2009

Country house: Inglesi in fuga.

Gli Italiani sono stufi del caos urbano, delle città riempitesi di immigrati clandestini, di spacciatori, prostitute, locali notturni della criminalità, di furti, scippi, stupri, estorsioni, ovvero di quell’inferno, quell’incubo in cui sono state colpevolmente trasformate le nostre aree urbane.
Il rapido deterioramento della qualità della vita nelle città ha spinto negli anni passati molte famiglie a esplorare le campagne in cerca di oasi di tranquillità e sicurezza. Ma la speranza di trovare una migliore vivibilità nelle campagne si è rivelata illusoria: soprattutto nelle zone rurali prossime a strade provinciali, a discariche e tralicci o a zone industriali il degrado è simile se non superiore a quello cittadino, con una popolazione locale composta prevalentemente da clandestini magrebini e da Rumeni, e da qualche agricoltore in pensione, troppo vecchio per cambiar casa e scapparsene via.
Tuttavia se oggi ci si allontana dalle provinciali e ci si addentra nelle campagne e nei piccoli borghi più sperduti si ha una duplice sorpresa: i casolari più isolati e inaccessibili sono stati comprati nello scorso decennio da Inglesi, e, guarda caso, ora questi Inglesi stanno vendendo in massa.
La moda che negli anni scorsi sembrava irrefrenabile, per cui i sudditi di Sua Maestà Britannica correvano a comprare a prezzi assurdi le più scassate e scatafossate bicocche per restaurarle e corredarle di piscina, è finita. Ed è finita decisamente male per gli Inglesi, che ora devono rivendere case scomodissime e costose, case che nessun Italiano vuole, almeno a quei prezzi.
La trascorsa decennale epopea delle case di campagna comprate dagli Inglesi è tutta da ridere, roba da commedia all’italiana. Beandosi della sterlina allora forte, i Britanni compravano quasi a occhi chiusi cascine, rustici, i cosiddetti casolari tipici umbri, marchigiani, pugliesi. Tali umide, maleodoranti e malferme catapecchie erano state abbandonate negli anni ’60 e ’70 dai nostri agricoltori i quali, godendo di tutti i benefici e i privilegi creditizi e fiscali loro concessi a piene mani dalla Bonomiana in cambio del consenso elettorale alla Democrazia Cristiana, si erano fabbricati moderni edifici, autentiche ville e palazzi dotati di ogni confort. Questi contadini, così beneficiati dal (nostro) pubblico denaro, non immaginavano certo di essere poi colpiti da un’altra imprevedibile fortuna: la moda inglese dell’italian dream, il sogno italiano della country house nel Bel Paese.
L’Italiano è furbo, ha l’occhio lungo, il contadino in particolare, scarpe grosse e cervello fino, con alle spalle una secolare tradizione di ruberie al padrone, agli antichi proprietari terrieri (quelli, per intenderci, che avevano appoggiato il fascismo, poi nel dopoguerra sterminati dalla DC a favore dei contadini stessi).
Ebbene, il furbo vergaro italico, magari col figlio geometra o mediatore, ha colto al volo e ben sfruttato l’ingenua moda britannica: capanne e ruderi di tufo o di altro materiale scadente, in luoghi scomodissimi, lontani da ogni tipo di servizi, che prima degli Inglesi nessuno voleva nemmeno in regalo, venduti per centinaia di milioni di lire a eccitati (“excited”!) sudditi britannici. Poi le famiglie contadine festeggiavano l’insperato affare crapulando in oceanici banchetti ai quali venivano invitati parenti e amici, e, ovviamente, i “chicken” britannici ben spennati.
Ma l’affare non finiva lì: il neoacquistato rudere doveva essere ristrutturato. Tutti conosciamo lo scarso fairplay italico quando si tratta di differenziare i prezzi per turisti stranieri dai prezzi per Italiani: nelle campagne tale differenziazione è stata elevata all’ennesima potenza. All’ingenuo acquirente, reso ancor più fidente da abbondanti “lunch” e da tanta falsa accoglienza iniziale, veniva consigliato per i lavori il cugino geometra, il cognato muratore, il genero idraulico, la nipote titolare dell’agenzia per le pratiche burocratiche, l’amico rivenditore di materiali per l’edilizia. Case del valore finale reale di 100.000 – 200.000 euro venivano a costare 400.000, 500.000, 600.000 euro. Una pacchia, una vera manna per i nostri campagnoli che, giustamente, ne approfittavano, in base al principio: “Finché i fessi si trovano…”.
Poi arrivò l’anno domini 2008, l’anno dei subprime, del crollo del mercato immobiliare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dei fallimenti a raffica di banche e assicurazioni inglesi, del governo britannico che per turare le falle nel sistema creditizio si svenava e stampava sterline come se fossero volantini pubblicitari. E la sterlina contro l’euro crollava, crollava, sempre più in basso, sempre più in fondo: 1.7, 1.4, 1.3, 1.1 … E gli Inglesi residenti nelle bicocche con piscina restaurate a caro prezzo, che avevano redditi in sterline, convertivano quelle sterline in sempre meno euro, e cominciavano a chiedersi: “Ma non ci converrà ritornarcene in Gran Bretagna (“go back home”), visto che qui in Italia con le nostre sterline svalutate non ci compriamo più nulla?”. Oltretutto i Britanni si erano nel frattempo stufati di coltivare stentate erbette e verdurine per le talpe, di scorazzare inutilmente coi loro fuoristrada con targa gialla e guida a destra per le nostre campagne, belle sì, ma prive di servizi, di vita sociale tra gente sopportabile, di comodità, così desolate durante le lunghe invernate, e, in fin dei conti, noiose da inedia. Si erano stancati di attendere l’ispirazione artistica raccogliendo in continuazione col retino insetti, formiche, vermi di mosche e altra campagnola sporcizia galleggiante nell’acqua delle loro piscine. Si erano accorti che l’Italia, la vagheggiata Italia, l’italian dream, più che un sogno era un incubo di clandestini, malavita, tasse, burocrazia, servizi pubblici scadentissimi, rapine e stupri in villa…
E allora hanno pensato: “Ma se vendiamo questo nostro casolare tipico toscano umbro marchigiano che abbiamo pagato centinaia di migliaia di euro, e convertiamo queste centinaia di migliaia di euro in sterline, poi con tutte queste sterline in Inghilterra torniamo a vivere da signori”. Ed ecco allora gli Inglesi affollare le nostre agenzie immobiliari, ecco i mediatori riempire bacheche, siti internet e giornaletti immobiliari di casolari tipici ristrutturati con piscina in vendita… ma, ma….
Ma nessuno compra.
Nessun Italiano con famiglia, con figli e/o anziani, può andare a vivere in quelle lande isolate e sperdute, vicino a qualche spopolato paesetto di vecchi senza servizi, senza scuole, senza ospedali. Nessun Italiano è disposto poi, anche se libero dalle necessità di una famiglia, a pagare un immobile tre, quattro, cinque volte il suo reale valore. Anche perché l’acquirente italiano, sempre con l’occhio lungo, pensa: “Ma un domani, se dovrò rivendermi questa bicocca in campagna, quale fesso me la comprerà?”. Senza contare infine che sul valore delle aree rurali incombe il 2013, l’anno in cui, in ossequio ad accordi liberistici di commercio mondiale già siglati, tesi a favorire le esportazioni agricole di paesi emergenti, l’Europa toglierà agli agricoltori quei sussidi che finora ne avevano permesso la sopravvivenza, con conseguente futuro deprezzamento e cambio di destinazione (a pascolo) dei terreni.
Devo dire che il riconosciuto senso pratico, il tradizionale empirismo britannico, sta inducendo i venditori inglesi a una corsa al ribasso dei prezzi, spesso in concorrenza tra connazionali. In questo i Britannici si stanno dimostrando più realisti e lungimiranti di quei vergari nostrani ai quali il casolare tipico, il rustico, è rimasto ancora invenduto, e che continuano a chiedere prezzi superiori ai 100.000 euro, non comprendendo che, finita la moda degli Inglesi, il mero valore di cubatura delle loro catapecchie è di 10.000 – 20.000 euro al massimo. E per questi 10.000 – 20.000 euro devono ringraziare certe demenziali e antilibertarie normative statali e regionali che impediscono tirannicamente al cittadino la libertà primaria di costruire sulla sua proprietà, sulla sua terra, o lo taglieggiano imponendogli oneri di fantomatiche urbanizzazioni e altre tasse assurde. In mancanza di tali leggi vessatorie e predatorie, in un regime di libero mercato, il valore delle dette bicocche sarebbe negativo: il costo della loro demolizione.
Rimangono pur tuttavia come acquirenti dei casolari tipici i Magrebini e i Rumeni, a prezzi ovviamente magrebini e rumeni.

sabato 29 dicembre 2007

The Inflation Tax

All government spending represents a tax. The inflation tax, while largely ignored, hurts middle-class and low-income Americans the most. Simply put, printing money to pay for federal spending dilutes the value of the dollar, which causes higher prices for goods and services. Inflation may be an indirect tax, but it is very real – the individuals who suffer most from cost of living increases certainly pay a “tax.”
Unfortunately no one in Washington, especially those who defend the poor and the middle class, cares about this subject. Instead, all we hear is that tax cuts for the rich are the source of every economic ill in the country. Anyone truly concerned about the middle class suffering from falling real wages, under-employment, a rising cost of living, and a decreasing standard of living should pay a lot more attention to monetary policy. Federal spending, deficits, and Federal Reserve mischief hurt the poor while transferring wealth to the already rich. This is the real problem, and raising taxes on those who produce wealth will only make conditions worse.
Borrowing money to cut the deficit is only marginally better than raising taxes. It may delay the pain for a while, but the cost of government eventually must be paid. Federal borrowing means the cost of interest is added, shifting the burden to a different group than those who benefited and possibly even to another generation. Eventually borrowing is always paid for through taxation.
The third option is for the Federal Reserve to create credit to pay the bills Congress runs up. Nobody objects, and most Members hope that deficits don’t really matter if the Fed accommodates Congress by creating more money. Besides, interest payments to the Fed are lower than they would be if funds were borrowed from the public, and payments can be delayed indefinitely merely by creating more credit out of thin air to buy U.S. treasuries. No need to soak the rich. A good deal, it seems, for everyone. But is it?
The “tax” is paid when prices rise as the result of a depreciating dollar. Savers and those living on fixed or low incomes are hardest hit as the cost of living rises. Low- and middle-incomes families suffer the most as they struggle to make ends meet while wealth is literally transferred from the middle class to the wealthy. Government officials stick to their claim that no significant inflation exists, even as certain necessary costs are skyrocketing and incomes are stagnating.
The transfer of wealth comes as savers and fixed-income families lose purchasing power, large banks benefit, and corporations receive plush contracts from the government – as is the case with military contractors. These companies use the newly printed money before it circulates, while the middle class is forced to accept it at face value later on. This becomes a huge hidden tax on the middle class, many of whom never object to government spending in hopes that the political promises will be fulfilled and they will receive some of the goodies. But surprise – it doesn’t happen. The result instead is higher prices for prescription drugs, energy, and other necessities. The freebies never come.
The moral of the story is that spending is always a tax. The inflation tax, though hidden, only makes things worse. Taxing, borrowing, and inflating to satisfy wealth transfers from the middle class to the rich in an effort to pay for profligate government spending, can never make a nation wealthier. But it certainly can make it poorer.

Ron Paul, July 18, 2006
by http://www.lewrockwell.com/paul/paul334.html

(Dr. Ron Paul is a Republican member of Congress from Texas and a candidate for President of U.S.A.)


Scopi di questo blog

Questo Blog nasce con scopi precisi.
1. Mettere in contatto tra loro Les Émigrés Italiens, gli emigrati italiani.
L'Italia è divenuta un paese invivibile. Famiglie di dominanti di qualità scadente ci fanno vivere, tartassati, in un inferno di immigrati, di spaccio, di prostituzione, di leggi vessatorie, di criminalità, di locali notturni, di centri sociali, di inquinamento e rumori.
Ovvio che chi può cominci a guardarsi intorno: il mondo è vasto, e altri paesi possono offrire qualità di vita, sicurezza, tranquillità (anche fiscale) ben maggiori. Negli scorsi decenni di oppressione fiscale e ideologica decine di migliaia di Italiani, appartenenti ai ceti produttivi, se ne sono già andati all'estero.
Andarsene è una scelta non facile, comporta un impegno personale e familiare e un cambiamento totale delle abitudini di vita.
Coloro che questa scelta l'hanno già attuata, e coloro che sono in procinto di attuarla, possono trovare in questo blog un luogo di dialogo e di scambio d'informazioni e consigli.
2. Riscoprire e rivalutare la cultura tradizionale europea e occidentale.
Le ideologie ipocrite e volgari degli ultimi due secoli dello scorso millennio hanno portato a un declino apparentemente irreversibile la Grande Europa dei millenni precedenti. Un paralizzante statalismo assistenzialista sta soffocando anche la naturale dinamicità e produttività degli Stati Uniti d'America, incrinandone i tradizionali valori di libertà, proprietà, free trade.
Va quindi effettuata un'attenta, imparziale, profonda opera di revisione storica sul ruolo delle varie classi sociali nella costruzione della grandezza economica e culturale delle civiltà occidentali.
3. Sostenere le tesi economiche e culturali della Scuola Austriaca.
Tale corrente di pensiero vanta grandi economisti quali Ludwig Von Mises, Friedrich August Von Hayek, Murray Newton Rothbard, Hans-Hermann Hoppe, Jesus Huerta De Soto. Provvisoriamente connesso a questo terzo scopo, in occasione delle elezioni presidenziali USA, questo Blog sostiene il candidato Ron Paul, ammirandone le idee e il coraggio.
Filippo Matteucci Di San Ginesio