venerdì 15 gennaio 2010

Proprietà privata e proprietà pubblica dello stato in Hans-Hermann Hoppe

Proprietà privata e proprietà pubblica dello stato in Hans-Hermann Hoppe
Saggio di Filippo Matteucci



“Uno stato è un monopolio territoriale della coercizione, un’agenzia che può dedicarsi a continue violazioni istituzionalizzate dei diritti di proprietà e allo sfruttamento dei proprietari privati tramite esproprio, tassazione e regolamentazione.” Con queste stesse parole Hans-Hermann Hoppe apre i suoi due saggi “Élites naturali, intellettuali e Stato” e “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”. Nella definizione proposta da Hoppe lo stato viene visto come soggetto, come una entità autonoma rispetto agli individui e alle famiglie che agiscono in esso e tramite esso. Nel prosieguo dei due scritti lo stato verrà poi considerato come oggetto di un diritto - potere, quello di proprietà. Tuttavia già nel concetto anglosassone di “agency” viene adombrata quella strumentalità dello stato, caratteristica essenziale della concezione e identificazione dello stato come apparato o insieme di apparati.
In “Élites naturali, intellettuali e Stato”, l’apertura incentrata sulla definizione di stato porta l’Autore a ripercorrere le teorie sull’origine degli stati. Hoppe sembra voler aderire alla teoria della genesi endogena dello stato di Bertrand De Jouvenel, secondo la quale le relazioni socioeconomiche naturalmente creano una élite di individui e famiglie. La genesi di tale gerarchia è meritocratica, riconducibile a una spontanea conquista di autorità e diffuso rispetto, mediata dal riconoscimento sociale di virtù quali talento, saggezza, coraggio, risultati superiori in termini di ricchezza, lungimiranza ed esemplare condotta personale. La transizione verso lo stato viene imperniata sulla monopolizzazione della funzione giudiziaria da parte dei membri più influenti di tale élite, funzione precedentemente ad essi spontaneamente attribuita dalla comunità. Sono ovviamente assenti in De Jouvenel considerazioni sui rapporti etologici tra soggetto dominante e soggetto dominato. L’etologia prescinde da valutazioni etiche o di merito, e focalizza unicamente la finalità della migliore sopravvivenza e conservazione della specie, finalità per lo più raggiunta finché si rimane nell’ambito delle motivazioni istintuali, spesso fallita quando intervengono l’autocoscienza umana e i prodotti dell’autocoscienza medesima. Pur tuttavia gli elementi essenziali del rapporto etologico dominante - dominato sono visibilissimi nelle relazioni umane, e chiarissimi ed immediatamente evidenti nelle interazioni primitive o infantili. Di fatto, il rapporto dominante - dominato è un rapporto di potere.
Nella definizione che Hoppe fa dello stato sono presenti concetti elementari del potere: coercizione, sfruttamento, tassazione, ma lo stato stesso viene visto come soggetto agente: è lo stato che attua coercizioni, sfrutta, tassa, espropria mediante inflazione. Eppure nella definizione del potere lo stato è irrilevante, non necessario. Il potere viene esercitato dal dominante sul dominato e consiste nella possibilità per il dominante di imporre al dominato prestazioni fisiche e/o prestazioni patrimoniali. Le prestazioni fisiche possono andare dalla mera schiavizzazione alle antiche corvé medioevali, dal servizio militare al lavoro dipendente sottopagato di oggi. Le prestazioni patrimoniali tipiche sono la tassazione, il pizzo, l'inflazione. Entrambe le tipologie di imposizione costringono il dominato a destinare parte delle risorse della sua vita, soprattutto tempo ed energie, a vantaggio di un estraneo. Per detenere il potere il dominante deve ideare e porre in essere forme di controllo sul dominato, e queste forme di controllo possono concretizzarsi ed essere organizzate in apparati, anche, ma non solo, statuali. In questa accezione il concetto di controllo vale come possibilità di indirizzamento delle risposte dei dominati a pulsioni rilevanti, per giungere alla pianificazione delle esistenze dei dominati stessi. E' lo stato come apparato, e quindi come strumento di controllo sui dominati, che può essere a sua volta oggetto di controllo, identificando in quest'ultima diversa accezione il concetto di controllo con quello di proprietà usato dall'Autore. Lo stato rende comodo l'esercizio del potere.
Alla teoria sulla genesi dello stato di De Jouvenel, ripresa da Hoppe, manca una esplicita considerazione dell'instaurazione di un potere basato sulla maggiore forza fisica di un individuo su altri, e/o sulla forza intimidatoria e predatoria del gruppo, foss'anche esso un branco non organizzato di uguali unificato solo dalla finalità di razzia. Mi sembra invece di estrema rilevanza l'accentuazione sulle virtù concausanti la diversa genesi spontanea, non imposta, dell'élite, della nobiltà, evidenziazione penalizzata però dall'omessa riconduzione dei meriti anche alle virtù guerriere, difensive, essenziali nelle comunità, non solo antiche. Il nobile guerriero che combatte in difesa o comunque a favore della comunità è colui che permette alla comunità stessa un’esistenza sicura e prospera, e quindi il suo rango e i conseguenti privilegi gli vengono ben volentieri riconosciuti dalla sua gente. E' qui d'obbligo il ricordo delle radici della morale aristocratica europea, radici che possiamo rinvenire già nell'Iliade di Omero: "E volto a Glauco d'Ippoloco figliuol, Glauco, gli disse, perché siam noi di seggio, e di vivande e di ricolme tazze innanzi a tutti nella Licia onorati ed ammirati pur come numi? Ond'è che lungo il Xanto una gran terra possediam d'ameno sito, e di biade fertili e di viti? Certo acciocché primieri andiam tra' Licii nelle calde battaglie, onde alcun d'essi gridar s'intenda: Glorïosi e degni son del comando i nostri re: squisita è lor vivanda, e dolce ambrosia il vino, ma grande il core, e nella pugna i primi. Se il fuggir dal conflitto, o caro amico, ne partorisse eterna giovinezza, non io certo vorrei primo di Marte i perigli affrontar, ned invitarti a cercar gloria ne' guerrieri affanni. Ma mille essendo del morir le vie, né scansar nullo le potendo, andiamo: noi darem gloria ad altri, od altri a noi" recita l'insuperato incitamento di Sarpedonte a Glauco nel Canto XII. Nell'ambito di una morale aristocratica così delineata l'autocoscienza umana, invece di ostacolare la migliore sopravvivenza della specie, è presa d'atto e indifferente accettazione della morte, inevitabile, e consapevolezza della quasi onnipotenza del nobile guerriero prima di essa. Il non aver paura della morte, propria e dei propri cari, e la conseguente disponibilità al rischio estremo a difesa della comunità, fanno sì che la comunità così tutelata spontaneamente offra e riconosca ai guerrieri le migliori terre, i migliori cibi, le migliori donne, e obbedisca ai loro comandi. La differenza fra spontaneità e imposizione nel riconoscimento del potere, fra il nobile guerriero omerico riverito dalla sua gente e il razziatore del branco indisciplinato è una differenza essenziale e, soprattutto, è una differenza qualitativa. Stiamo quindi parlando di qualità del dominante.
Abbiamo perciò una diversificazione dell'uso della forza e delle armi incentrata su distinte e opposte finalità; da una parte i nobili guerrieri che combattono a tutela, o comunque a vantaggio di una comunità riconoscente, dall'altra un branco dedito alla razzia, della propria comunità come di comunità estranee. L'omessa chiarificazione di tale distinzione porta Hoppe a focalizzare solo aspetti parziali del potere, quali le funzioni di pacificatore, legislatore, giudice che nei saggi in oggetto egli vede progressivamente monopolizzate dai monarchi. Un'ulteriore contraddizione che si riscontra nei saggi in oggetto, in parte collegata alla ora detta focalizzazione parziale, è quella tra la spontaneità del conferimento del potere al dominante, basata sul riconoscimento delle sue qualità, e l'asserita opposizione di altri membri dell'élite che l'Autore fa assurgere a causa dell'imposizione del potere. Una qualità riconosciuta non dovrebbe incontrare opposizione, non dovrebbe richiedere imposizione. Si rende quindi necessaria una definizione ed una misurabilità del concetto stesso di qualità del dominante, ma anche una individuazione della qualità e delle finalità degli oppositori. Hoppe, dopo aver individuato nella monopolizzazione delle funzioni giudiziarie da parte del monarca la causa del passaggio dalla gratuità alla onerosità fiscale della legge e della sua applicazione, sembra voler ascrivere l'opposizione al re al deterioramento della qualità della legge: "Invece di sostenere gli antichi diritti di proprietà ed applicare universali e immutabili principi di giustizia, un giudice monopolista, che ora non temeva più di perdere clienti con un comportamento meno imparziale, cominciò a tradire le leggi esistenti a suo vantaggio [...] altri membri dell’élite naturale opponevano resistenza a tentativi del genere, ma ciò avvenne perché il re solitamente si schierava assieme al “popolo” o all’“uomo comune”. Appellandosi al sempre diffuso sentimento di invidia, i re promettevano al popolo una giustizia migliore e più a buon mercato facendo pagare il conto, attraverso la tassazione, alle aristocrazie (i competitori del re). In secondo luogo, le monarchie si procurarono l’aiuto della classe intellettuale.". Questo passo mi sembra centrale e necessita di un commento approfondito. Preliminarmente vi è da notare che l'assoggettamento al tributo, quale elemento essenziale del rapporto di potere tra dominante e dominato, non può trovare la sua genesi nell'onerosità della legge e della sua applicazione, poiché pre-esiste ad essa. L'opposizione frondista al re potrebbe originare anche da quella parte di potenti non spontaneamente riconosciuti dalla comunità, i discendenti dei razziatori del branco, privi del senso della comunità estesa. Proprio il re e la comunità potrebbero aver in precedenza ridimensionato la dominanza imposta con la forza bruta di tali potenti di infima qualità. E costoro, i razziatori, vanno tenuti ben distinti dai vari Glauco della storia, i guerrieri fedeli al re, poi ricompensati per il loro valore e il loro coraggio sia dal re che dal popolo con beni e onori. Che il conto lo abbiano pagato solo le aristocrazie è discutibile; tuttavia una cosa è certa: ogni qual volta un monarca di qualità non eccelsa, affetto da paure frondiste, ha colpito il potere e il ruolo di una aristocrazia a lui sufficientemente fedele ha firmato la condanna per se stesso.
Ogni rivoluzione moderna ha visto furbi e spregiudicati razziatori tirare le fila nell'ombra, spingendo avanti una rozza e ottusa plebaglia sanculotta a versare il sangue per eliminare fisicamente i re e la nobiltà ai re fedele. Sono questi razziatori di un nuovo tipo, banchieri e appartenenti all'alta borghesia, che intendono impadronirsi dello stato-apparato e in particolare del fisco per aumentare enormemente le proprie ricchezze a spese di tutti gli altri membri della comunità. Razziatori che sanno avvalersi di una sleale mistificazione della realtà utilizzando a tale scopo intellettuali prezzolati per far apparire al popolo la menzogna come verità. Acutamente Hoppe afferma: "C’erano coloro che giustamente riconoscevano che il problema stava nel monopolio e non nell’esistenza di élites o di nobiltà. Ma questi si trovavano di gran lunga in inferiorità rispetto a quanti, erroneamente, davano la colpa al carattere elitario del governo e, volendo mantenere il monopolio della legge e della sua applicazione, proponevano la semplice sostituzione del re e della vistosa pompa reale con il “popolo” e la presunta morigeratezza dell’“uomo comune”. Da qui il successo storico della democrazia.". Vorrei sintetizzare che il problema stava nello scadimento qualitativo sia del re monopolista, sia dell'aristocrazia. L'esempio classico di ciò è il Re Sole, Luigi XIV di Francia. Un re la cui opera per l'accrescimento del potere e della ricchezza del regno non ha dato risultati. Un re timoroso della fronda nobiliare, che per abbattere un'aristocrazia potenzialmente competitiva nei suoi confronti, la obbliga a corte, la trasforma in uno stuolo di lacchè, le affida i servaggi più intimi a favore della sua persona: guerrieri trasformati in maschere, dissoluti, arroganti e inutili. Le provincie e i feudi, privati così dei governatori naturali, cadono in mano ad amministratori e fattori, per loro intrinseca natura disonesti e, per dirla con l'Autore, rivolti al presente, alla possibilità presente di razzia. Costoro arricchiscono rubando sia all'aristocratico assente sia al popolo, e la ricchezza dà potere.
Una delle più notevoli e apprezzabili affermazioni di Hoppe è quella del peggioramento delle condizioni del popolo a seguito della transizione dal potere monarchico a quello democratico e della sostituzione della sovranità del re con quella, formalmente, del popolo stesso. E' forse questo tema il nodo cruciale di “Élites naturali, intellettuali e Stato”, tema ripreso e ampliato in “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”. Hoppe rovescia la generalizzata credenza migliorista secondo cui l'umanità marcia progressivamente verso stadi di sviluppo sempre più elevati. Il passaggio dalla monarchia alla democrazia formale rappresenta in realtà un passo indietro nella civilizzazione, gravido di conseguenze nefaste per la qualità della vita dei governati. Viene da chiedersi a cosa è dovuta quella diffusa credenza migliorista. In primis al progresso tecnico; progresso che sarebbe però avvenuto anche sotto governi monarchici, forse in forme più rispettose della centralità dell'uomo e dell'ambiente in cui l'umanità vive. In secondo luogo, alla rarefazione delle guerre nei (soli) paesi avanzati, rarefazione dovuta però non alla democrazia formale, ma all'inutilizzabilità delle armi atomiche e alla presenza in quei paesi di impianti produttivi troppo costosi per poter essere distrutti. Le condizioni di pace e di progresso tecnico dell'Occidente non sono quindi meriti della democrazia formale, ma conseguenze inevitabili di assetti di diversa natura venutisi a creare, e da soli insufficienti a garantire qualità di vita. L'Autore ben individua alcuni aspetti del reale regresso di civilizzazione avveratosi col passaggio alla democrazia: "Si creò così una “tragedia dei beni collettivi”. Ognuno ora, non solo il re, divenne autorizzato ad impossessarsi della proprietà privata altrui. Le conseguenze furono un maggior sfruttamento da parte del governo (più tassazione); lo scadimento del diritto fino al punto da far scomparire l’idea di un corpo di principi di giustizia universali ed immutabili, rimpiazzati con l’idea che il diritto consistesse nella legislazione (legge creata, invece che scoperta ed eternamente “data”); ed un aumento nel tasso di preferenza temporale sociale (più orientato al presente)."
In realtà, in cosa consiste la differenza tra proprietà privata e proprietà pubblica dello stato? Hoppe nota che "Un re possedeva il territorio e poteva passarlo a suo figlio, per cui almeno cercava di preservarne il valore. Un governante democratico, invece, era, ed è, solo un temporaneo gestore che cerca di massimizzare qualsiasi tipo di entrata corrente del governo a spese del valore capitale che viene così sprecato." La proprietà privata del monarca sullo stato è ereditaria, quindi familiare. Parliamo perciò di una famiglia di proprietari - dominanti regi. Questa famiglia regia sa che è, e molto probabilmente sarà, proprietaria dello stato territorio e dello stato comunità. Territorio e comunità sono sue proprietà, quindi vanno curate, ben amministrate, rese più prospere e più potenti. E' naturale che ogni essere umano, ogni famiglia abbia a cuore e curi le sue proprietà, soprattutto quando è quasi certa di potersele tramandare di generazione in generazione. Chiunque collabori in questa opera di cura con la famiglia regia può essere premiato con un avanzamento sociale, garantendo quella mobilità verticale tra le classi misconosciuta dall'Autore. Con ciò non voglio certo negare l'esistenza storica di re e principi che sembrano discendere, piuttosto che dai nobili guerrieri, dai razziatori di cui parlavo sopra: è quest'ultima specie di monarchi che depreda e impoverisce i sudditi per finanziare inutili guerre di confine; storicamente ne sono un esempio i signori italiani, dal Rinascimento in poi. Hoppe focalizza efficacemente la temporaneità della gestione del governante democratico, e quindi il suo interesse alla razzia immediata. Tuttavia vi è da chiedersi: chi è il governante democratico? Esiste, può esistere una proprietà dello stato veramente pubblica?
Nella tradizione giuspubblicistica europea la forma monarchica viene contrapposta solitamente alla res publica, che letterelmente vuol dire "cosa di tutti". Hoppe sottolinea giustamente l'essenza altamente elitaria delle poche democrazie comparse nella storia antecedentemente alla prima guerra mondiale. Ma proprietà elitaria è concetto opposto a res publica, proprietà pubblica, di tutti. L'intuizione marcusiana della funzione di controllo sui dominati attribuibile alla distorsione del significato delle parole richiede un approfondimento su tale contraddizione. Democrazia letteralmente vuol dire comando del popolo, potere al popolo. Ma se eccettuiamo i rarissimi casi storici di democrazia diretta, rinvenibili ad esempio nella ecclesia ateniese, è proprio vero che la democrazia delegata, elettiva, rappresentativa, concreta un effettivo potere del popolo votante, quindi delegante? Chi delega potere perde potere a favore del delegato, così come, nell'amministrazione di affari e patrimoni privati, chi delega la gestione degli stessi impoverisce facendo arricchire l'amministratore, il delegato. In fondo, è questa la sorte subita da buona parte della nobiltà, attratta nella capitale, a corte, in una vita dannunziana, mentre il furbo e avido fattore lasciato ad amministrare le grandi proprietà terriere piano piano se ne appropria. Come il fattore tratterà i contadini? Viene da interrogarsi sulle qualità di governante di tale soggetto, perché sarà poi proprio lui, il fattore arricchito, a comprarsi i voti per farsi eleggere in democratici parlamenti. La democrazia elettiva postula l'incertezza, la precarietà e quindi la temporaneità del potere, e la necessità di comprarsi il consenso, l'acquiescenza. Per le famiglie discendenti dal banchiere che manda avanti i sanculotti o dal fattore profittatore il potere sullo stato dipende dalla ricchezza, dalla possibilità economica di comprare consenso. Tali nuove famiglie dominanti non possono contare sul riconoscimento spontaneo di autorità da parte del popolo. Le masse urbanizzate, operaizzate, costrette a sopravvivere in condizioni abitative e lavorative spaventose, o i braccianti agricoli sfruttati, odiano tali famiglie dominanti. Queste famiglie devono quindi risolvere il problema della continuità del potere, e l'unica garanzia di sopravvivenza quali famiglie dominanti diviene il poter mettere le mani sugli apparati dello stato, in particolare sul fisco. Questo permette di socializzare i costi del consenso, cioè di far pagare alla maggioranza di oppositori o di disinteressati il costo sia delle rendite distribuite ai clientes sia dei copiosi sussidi che le famiglie al potere ritagliano per se stesse, camuffandoli sotto le più varie forme e con le più varie modalità. Ovviamente, a tal fine, più disinteressati e distratti ci sono fra il popolo, meglio è. Nel passato le forme di controllo erano prevalentemente fisiche, coercitive e punitive, dalla frusta alla forca. Oggi le forme di controllo sono essenzialmente mentali, si avvalgono dei mass media, e mirano alla pianificazione delle esistenze dei dominati e alla canalizzazione e deviazione del loro pensiero: il dominante dice al dominato cosa deve volere nella vita. Le odierne forme di controllo mentale sono complementari al ricatto lavorativo - reddituale tipico del clientelismo, consistente ad esempio nella concessione del posto di lavoro solo alle famiglie di servi di provata fedeltà e obbedienza. Ciò nonostante rimane l'altro problema, quello del non riconoscimento spontaneo di autorità, generalmente espresso come odio. La soluzione a tale secondo problema viene trovata nella non visibilità del potere effettivo.
Il potere viene esercitato su di un territorio, un comune, una provincia, una regione, uno stato, più stati, da una famiglia o da gruppi di famiglie in vario modo alleate tra loro. Nel passato caratteristica del potere era la visibilità: tutti dovevano sapere quale famiglia o gruppo di famiglie comandava sul territorio: funzionali alla visibilità erano i simboli del potere, scettri, corone, emblemi, sigilli, stemmi sui palazzi, effigi sulle monete e quant'altro. Il potere era quindi manifesto, dichiarato; oggi invece si nasconde dietro la formale e ovviamente fittizia dichiarazione di appartenenza della sovranità al popolo. Oggi il potere vuole (o deve) essere invisibile: pochissimi sanno quali famiglie controllano anche solo il comune in cui vivono; eppure quelle famiglie di dominanti determinano qualitativamente le esistenze dei residenti. Strumentale alla non visibilità è l'esercizio del potere attraverso prestanomi, politici e amministratori pubblici, schermi tra le famiglie al potere e le famiglie dei dominati: questi prestanomi non hanno alcun potere proprio, eseguono gli ordini delle famiglie dominanti e gestiscono le briciole e le elemosine del clientelismo. Possono essere facilmente preposti a quelle cariche dalle famiglie dominanti: esse finanziano questi politici di professione come propri dipendenti, gli unici destinati a entrare nelle liste di candidati, o comunque gli unici ad avere possibilità di essere eletti.
Tuttavia le soluzioni suddette escogitate dalle famiglie di dominanti per mantenersi al potere in un regime formalmente democratico, come facilmente si intuisce dalla loro stessa natura e dalla macchinosità dei meccanismi loro strumentali, non hanno certo quella longevità garantita da un consenso ottenuto, gratuitamente, in base ai meriti. Quindi rimane validissima la descrizione di Hoppe del comportamento del governante democratico, orientato al presente, e dei suoi effetti principali: aumento della spesa pubblica, del disavanzo pubblico, della tassazione e dell'inflazione, e forzata rimozione mentale dei più elementari diritti naturali. Tali effetti sono con maggior dettaglio descritti nel saggio “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”, leggendo il quale non si può non ammirare, oltre alla chiarezza, una libertà di giudizio, opinione ed espressione generalmente impensabile in un docente universitario europeo. L'Autore comprova la sua tesi di scadimento della qualità dei dominanti a seguito del passaggio dalla proprietà privata monarchica dello stato alla res publica democratica, a partire dalla fine del primo conflitto mondiale, con i dati sull'innalzamento degli indici di sfruttamento e di orientamento al presente.
In primis la tassazione: fino alla seconda metà del XIX secolo il potere pubblico non gestisce più dell'8% del reddito nazionale; la prima tassazione del reddito viene instaurata nel Regno Unito solo nel 1843; perfino all'inizio della prima guerra mondiale le spese totali del governo non salgono sopra il 10% del PIL. Oggi lo stato toglie ai cittadini, solo con la tassazione, e senza considerare l'inflazione, ben oltre il 50% della nuova ricchezza da loro prodotta e quote consistenti dello stock di ricchezza privata esistente. L'impiego pubblico, strumento di punta del clientelismo e della socializzazione dei costi del consenso, aumenta a dismisura: fino alla fine del XIX secolo l'occupazione nel settore statale raramente eccede il 3% del totale della forza lavoro; oggi siamo sopra al 15%. L'inflazione è il più pesante e il più subdolo tributo che le famiglie dominanti possono imporre ai cittadini. Durante l'era monarchica vi è una moneta - merce, con un valore intrinseco dato dalla preziosità del metallo di cui è composta, per lo più oro e argento, e quindi largamente sottratta al controllo governativo: in tale condizione, il livello dei prezzi viene generalmente calando e il potere d'acquisto aumentando, salvo che nei periodi di guerra o di scoperta di nuovi giacimenti dei detti metalli. La ricchezza mobiliare dei cittadini, il valore dei loro risparmi, vengono quindi tutelati e preservati. Dopo la prima guerra mondiale e fino ai giorni nostri, in era di repubbliche democratiche, con l'imposizione del corso forzoso della moneta cartacea, stampabile praticamente a costo zero e priva di valore intrinseco, e col concomitante progressivo abbandono del gold standard, cioè della convertibilità in oro della cartamoneta, gli indici dei prezzi moltiplicano paurosamente i loro valori, bruciando i risparmi della gente a tutto vantaggio degli stati e delle famiglie di dominanti che traggono la loro ricchezza dall’uso strumentale, a loro favore, dello stato e della spesa pubblica. Di fatto, l’inflazione è stata negli scorsi decenni e continua ad essere ancor più oggi lo strumento di una gigantesca depredazione dei patrimoni di chi non è al potere. Durante l'era monarchica il debito pubblico era essenzialmente debito di guerra, e nei periodi di pace i monarchi tendevano a diminuire i propri debiti. Dall'inizio dell'era democratica il debito pubblico non fa che aumentare, e letteralmente esplode con l'avvento del regime di pura carta moneta non convertibile. Per il cittadino è come se un estraneo si fosse arrogato il diritto di prestarsi somme da una banca in nome e per conto del cittadino medesimo: i soldi li prende e li usa l'estraneo, il debito dovrà pagarlo il cittadino con gli interessi. Il passaggio dallo ius naturalis, un insieme di principi e di regole naturali, intrinseche a ogni essere umano e quindi universalmente riconosciute, rispettate anche dai sovrani in quanto a loro preesistenti, al diritto positivo, unilateralmente e arbitrariamente posto, o meglio imposto da un legislatore privato appropriatosi dello stato, passaggio già di per sé distruttivo di possibilità ed aspettative di convivenza, vede in era democratica un aggravamento nell' inflazione legislativa, nella produzione alluvionale di decine di migliaia di leggi e regolamenti. Con uno sviluppo del tutto simile a quello della democratizzazione della moneta, cioè della sostituzione di carta moneta governativa alla moneta merce privata dotata di valore intrinseco con conseguente inflazione e incertezza finanziaria, l'alluvione legislativa porta al progressivo deprezzamento di tutte le leggi e all' incertezza giuridica. Le più insignificanti minime attività umane vengono minuziosamente e inutilmente regolamentate, a dimostrazione del potere totalitario di un governo formalmente democratico. Invece, complici una magistratura statalista di bassa qualità, selezionata clientelarmente, e un allungamento temporale dei processi, vengono di fatto scarsamente o per nulla tutelati proprio i diritti naturali fondamentali, quelli all'incolumità della propria persona, al rispetto della proprietà privata individuale e familiare, alla libertà di opinione, alla libera iniziativa economica, alla salute, alla vivibilità dell'ambiente e delle città.
Hoppe vede ulteriori indici di orientamento al presente e di deterioramento qualitativo. Nota il sistematico incremento degli indicatori di disintegrazione familiare, del numero di famiglie disfunzionali e ritiene in buona parte responsabile di ciò la spesa sociale e il progressivo sollevamento dei dominati dalla responsabilità di provvedere alla propria salute, alla propria vecchiaia. La sistematica riduzione della sfera e dell'orizzonte temporale dell'azione previdente privata porta alla perdita di valore del matrimonio, della famiglia, dei figli, del risparmio privato, e al calo del tasso di natalità. Crescono rapidamente invece i divorzi, i figli illegittimi, i genitori non sposati, i single, gli aborti. Come effetto del discredito della legge causato dall'inflazione legislativa, e della collettivizzazione delle responsabilità creata dalle politiche di formale welfare, aumenta sistematicamente la criminalità: "...una sistematica relazione tra alta preferenza temporale e crimine esiste, perché per guadagnarsi un reddito sul mercato è necessario un minimo di pianificazione, pazienza e sacrificio. […] Di contro, la maggior parte delle attività criminali […] non richiedono una tale disciplina. Il compenso per l’aggressore è immediato e tangibile, mentre il sacrificio – la possibile punizione – è futuro e incerto.”
La proprietà degli stati storicamente esistiti è stata sostanzialmente privata. Stati di formale proprietà pubblica, di democrazia formale delegata, hanno camuffato sostanziali tirannie oligarchiche di famiglie di potentati di qualità discutibile, caratterizzati e differenziati dall’orientamento al presente.
Come già notato, Hoppe lascia irrisolte alcune altre contraddizioni; vediamo se una loro visione da un diverso profilo ci permette di dar loro una maggiore chiarezza. Hoppe annovera l'inflazione tra gli indici e strumenti di sfruttamento; tuttavia l'inflazione non è solo questo. Essa è anche strumento di blocco della mobilità verticale tra le classi e di eliminazione di potenziali e competitivi concorrenti. Pratichiamo per un attimo una assunzione di ruolo e immedesimiamoci nelle ansie delle famiglie dominanti il regime di democrazia delegata, invisibili e temporanei proprietari molto privati di uno stato formalmente di pubblica proprietà. Chiediamoci chi realmente costoro temano, in ciò non differenti da qualsiasi dominante (monarchi compresi) di bassa qualità. La risposta ce la dà lo stesso Autore, nel momento in cui descrive la necessità per il monarca di monopolizzare le funzioni di giudice e pacificatore, per sottrarle ad altri membri dell'élite, quindi contro altri membri dell'élite. Questi ultimi, se appartenenti alla genìa dei meritevoli, e come tali riconosciuti dal popolo, hanno capacità e virtù; se invece sono della specie dei razziatori hanno comunque la forza bruta, la determinazione ad usarla, e sanno come usarla. Sono quindi soggetti e famiglie competitivi rispetto al dominante, e potrebbero surclassarlo o annientarlo. La competitività di un monarca, di una dinastia regia, come di qualsiasi altro dominante, tende nella maggior parte dei casi a scadere nel tempo, con l'età del singolo individuo o col passaggio del potere di generazione in generazione. Il combattere a volto scoperto e ad armi pari su quello che possiamo definire il libero mercato sociale diventa un rischio, ovviamente da evitare, truccando le regole naturali del gioco, finché si ha il potere per farlo. Il diritto positivo e la creazione e l'utilizzo di uno stato - apparato clientelare e assistenzialista sono le scorciatoie più comode per realizzare questo imbroglio, per bloccare nella comunità la mobilità verticale e il ricambio delle élites. Il diritto positivo calpesta lo ius naturalis e quindi soffoca l'emergere spontaneo di élites naturali, rifacendosi ad ideologie elaborate da intellettuali prezzolati, che vengono imposte come verità ad un popolo lasciato senza reali strumenti culturali, strumenti che permetterebbero alle masse di confutare e riconoscere come false e formali le ideologie medesime. Storicamente l'applicazione innaturale, forzosa di tali ideologie alle scelte di governo e di organizzazione sociale ha sempre, immancabilmente, portato a catastrofi e sofferenze, anche di dimensioni continentali se non planetarie (si pensi, per tutte, alla ideologia comunista). Sotto il profilo economico, sia il diritto positivo, con il prescrivere contro la natura del mercato la burocratizzazione del mercato medesimo e la scomparsa della libera concorrenza, sia la tassazione, ovvero l'assoggettamento al tributo, sia infine il controllo sull'emissione della moneta e la conseguente voluta inflazione, permettono ai dominanti di stroncare sul nascere l'accumulazione di ricchezze da parte di famiglie concorrenti. Viene così impedita la costruzione di patrimoni a quelle élites che, in assenza di tali vessazioni, sarebbero emerse naturalmente per i loro meriti e le loro capacità, probabilmente ben maggiori di quelli dei dominanti stessi.
Hoppe perde un’occasione di affondare il coltello nella piaga nel momento in cui non approfondisce il formalismo dell’economia keynesiana, l’economia del clientelare e parassitario tassa e spendi, l’economia di carta dei contabili, degli esattori, dei ragionieri di regime. Il keynesianesimo è la trasposizione nel campo delle scienze economiche dell’orientamento al presente che caratterizza le tirannie oligarchiche travestite da democrazie formali delegate. Dopo Keynes la scienza economica è divenuta una scienza formale, mistificante, inducente all’errore. L’architettura keynesiana sia della scienza economica sia dei sistemi economici è stata ufficializzata, accademizzata, assurta al rango di principio scientifico, e adottata perfino dai suoi detrattori, venendo così a costituire una sorta di trappola mentale, di blindatura del pensiero ossequiente. Eppure nulla è più contrario alla realtà della fondamentale equazione keynesiana ricchezza uguale reddito. Ma l’economia vera, sostanziale, è una scienza riservata alla nobilitas naturalis di cui parla Hoppe, a quegli individui e a quelle famiglie che ogni giorno combattono liberamente sul mercato. Proprietà privata e libero mercato sono ragioni di vita che trascendono le possibilità e le stesse esistenze di esattori, contabili e ragionieri, più o meno prezzolati, certo improduttivi.
Rimane anche irrisolta la contraddizione tra indipendenza e mercenarizzazione, intrinseca all’essenza dell’intellettuale. Tuttavia Hoppe sembra in qualche modo rendersene conto nel momento in cui attribuisce un ruolo futuro salvifico più alle élites naturali che a quelle intellettuali. Aggiungo a commento che trovo errato usare il termine élite per designare il ceto intellettuale: la storia la fa sempre chi agisce, non chi si limita a pensare. La funzione dell’intellettuale mi sembra meramente strumentale e assimilabile a quella del manager del settore pubblicitario. La qualità dell’intellettuale può riscattarsi solo nel momento in cui egli svolge esclusivamente opera di deformalizzazione di falsità imposte come verità, per rendere chiara e svelata la sostanza dei rapporti di forza e di depredazione tra dominanti e dominati. Ciò nonostante, l’effetto del suo pensiero si riduce a nulla se le élites naturali, che in quel momento storico stanno subendo i tentativi di depredazione da parte di quelle famiglie di dominanti che si sono appropriate dello stato, non reagiscono. E solo tali élites naturali possono reagire, perché solo loro hanno il know-how necessario per reagire con continuità, accanimento e successo: dalla massa abulica e sapientemente istupidita del popolo, della plebe priva di identità familiare, non ci si può aspettare nulla.
L’ultima cosa da chiedersi è se queste élites naturali esistono oggi o esisteranno più nell’immediato futuro. Hoppe descrive magistralmente la storia recente e il destino odierno delle élites naturali, cioè di quelle élites riconosciute spontaneamente dal popolo per i loro meriti. Con la democratizzazione si ha la definitiva distruzione delle élite naturali e della nobiltà. “I patrimoni delle grandi famiglie vennero dissipati, in vita e nel momento della morte, attraverso la confisca delle tasse. Le tradizioni di indipendenza economica delle casate, di lungimiranza intellettuale, di guida morale e spirituale si persero e furono dimenticate. Di uomini ricchi ve ne sono oggi, ma è frequente che essi debbano le loro fortune direttamente o indirettamente all’apparato statuale. Per cui sono spesso più dipendenti dai continui favori politici di quanto lo siano molti di gran lunga meno facoltosi. Essi non sono più, come una volta, capi di antiche famiglie eminenti, bensì “nouveaux riches”. La loro condotta non è caratterizzata da virtù, saggezza, dignità o gusto, ma è un riflesso della stessa cultura proletaria di massa orientata al presente, dell’opportunismo e dell’edonismo che il ricco e il famoso condividono con chiunque altro. […] La democrazia ha realizzato ciò che Keynes aveva solo sognato: l’“eutanasia della classe dei rentier”. […] Invece di nobilitare i proletari, la democrazia ha proletarizzato le élites ed ha sistematicamente corrotto il pensiero e il giudizio delle masse.”
Un’accurata indagine sociologica sull’origine, la genesi dinastica, e sulle modalità di arricchimento e di conquista della proprietà dello stato da parte delle attuali famiglie dominanti sarebbe di estrema utilità per capire e valutare l’infima qualità dei dominanti medesimi, nonché il loro distruttivo (e autodistruttivo) orientamento al presente.
Temo inoltre che la fossilizzazione delle gerarchie stataliste, ivi comprese quelle originanti dall’economia dei traffici illeciti, blocchi non solo la mobilità verticale ma la stessa possibilità di nuova generazione di élites naturali valide. Rovescerei al riguardo il rapporto causa - effetto proposto da Hoppe: a mio avviso l’esistenza di una élite naturale volontariamente riconosciuta – una nobilitas naturalis – richiede come presupposto sociologico l’esistenza di un’economia basata sulla proprietà privata e sul libero scambio. E questo proprio perché il risultato naturale delle transazioni tra proprietari privati è non ugualitario ed elitario: per effetto della diversità dei talenti umani e grazie alla loro maggior capacità, coraggio, ordine, diligenza, precisione, alcuni individui, alcune famiglie possono raggiungere lo status di élite ed acquisire un’autorità naturale riconosciuta dai loro simili. O meglio, possono farlo se hanno l’ambiente adatto: l’economia di libero mercato. Non possono farlo in un sistema - paese nel quale famiglie dominanti di infima qualità depredano e stroncano sul nascere i possibili competitors tramite l’inflazione e la tassazione, quando non tramite le persecuzioni giudiziarie.
Per concludere, porrei l’accento proprio sulla situazione in cui si trova il dominato consapevole nella società formalmente democratica, e mi piace farlo riprendendo la perfetta descrizione resane da Hoppe: “In contrasto col diritto di autodifesa riconosciuto in caso di attacco criminale, la vittima di aggressioni statali ai diritti di proprietà non può legittimamente difendersi. L’imposizione di una tassa sulla proprietà o sul reddito viola i diritti di un proprietario o di un produttore allo stesso modo del furto. In entrambi i casi la quantità di beni del proprietario o del produttore viene diminuita contro la loro volontà e senza il loro consenso. La creazione di cartamoneta statale (di liquidità) implica una espropriazione della proprietà altrui non meno fraudolenta dell’attività di una banda di falsari. Allo stesso modo, ogni regolamentazione statale che ingiunga ad un proprietario di fare o non fare qualche cosa con i propri beni – oltre la regola che nessuno può danneggiare la proprietà altrui, e che tutti gli scambi devono essere volontari e contrattuali – implica un “esproprio” della proprietà altrui paragonabile ai peggiori atti di estorsione, rapina o distruzione. Ma la tassazione, l’inflazione di cartamoneta e le regolamentazioni statali, diversamente dalle loro equivalenti attività criminali, sono considerate legittime, e la vittima di un’aggressione governativa, a differenza della vittima di un crimine, non ha diritto a difendere e proteggere fisicamente la propria proprietà.”
Cos’altro aggiungere, se non che in Italia, la patria statalista della più alta tassazione e della più alta inflazione, è misconosciuta perfino l’autodifesa contro il crimine, non è permesso il libero porto d’armi agli incensurati, le forze dell’ordine sono volutamente tenute in condizione di non nuocere ai traffici della nuova economia, quella criminale, che sparge soldi in giro…
La responsabilità del nostro sprofondare nell’anti-civiltà, nella povertà, del nostro non pensare e non agire, del nostro non reagire, è solo e interamente nostra.
Immersi in questo regresso di civiltà, non potremo più pensare ad altro, divagarci, rimuovere dalla mente ciò che è sgradevole, perché i nostri patrimoni sono svalutati e indifesi, perché la povertà incombe e troppe famiglie non arrivano più alla fine del mese, troppe imprese chiudono o delocalizzano, troppi immigrati vengono qui ad appropriarsi di ciò che non è loro. In quella che lo Schmerb, nel suo “Il XIX Secolo: Apogeo dell’espansione europea”, definiva “la migliore probabilità di vittoria nella corsa allo sfruttamento delle ricchezze del globo”, altre nazioni, ben serrate nella loro escludente identità, e altri continenti si appropriano del rango di world masters, contro di noi, contro noi sognatori illusi, che divenuti incapaci di costruire per noi un paradiso naturale e umano al tempo stesso, ci rifugiamo in quelli artificiali inesistenti.
Dovremo ricominciare dalla base, dalla nostra mente, dal nostro modo di concepire la vita, dal nostro nucleo identitario individuale, dalla nostra famiglia, dai nostri figli, dal nostro condominio, dalla nostra via, dal nostro quartiere, dal nostro comune…
Dovremo farlo, non vi sono alternative.


Avv. Filippo Matteucci


Nota: Hans-Hermann Hoppe, professore di economia alla University of Nevada di Las Vegas, è un economista nato in Germania, esponente di punta della Scuola Austriaca odierna e filosofo politico libertarian. E’ Distinguished Fellow del Ludwig Von Mises Institute.
La sua notorietà anche in Italia, ambiente ostico e censorio rispetto all’antistatalismo caratterizzante tale Scuola di pensiero, gli deriva, oltre che dal riconoscimento internazionale dell’alta qualità dei suoi scritti, dall’aver insegnato alla Johns Hopkins University di Bologna.
I suoi testi, compresi i due saggi oggetto del presente commento, sono reperibili sul Web sia presso il suo sito personale
http://www.hanshoppe.com/
sia presso il sito del Ludwig Von Mises Institute
http://www.mises.org/ .

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